I fallimenti delle ONG: maggiore trasparenza

Ci sono migliaia di progetti a favore dei Paesi in Via di Sviluppo e milioni di risorse mobilitate a tal fine. Eppure, nonostante i tanti piccoli e grandi successi raggiunti dalle ONG, ci si interroga sull’efficacia di tali progetti e sul reale impatto sulla crescita dei PVS. Talvolta i dubbi diventano così grandi e ingestibili da trasformarsi in enormi punti interrogativi in cui inizia a nascere il germe della diffidenza.

Premesso che la diffidenza è uno dei peggiori mali che attanaglia la società di questo secolo e che se fosse quantificata costituirebbe una delle voci più ingombranti in senso negativo delle nostre economie, si dovrebbe lavorare per ridurre il cono d’ombra che a volte si estende sulle attività delle ONG. L’unico strumento per ottenere ciò è la trasparenza. Significa, perciò, dichiarare apertamente i successi, ma anche e soprattutto i fallimenti.

Ogni ONG ha, infatti, almeno un progetto per il quale non si è raggiunto l’obiettivo fissato. E proprio questi sono i fallimenti da raccontare, non per una semplice ammissione di colpa o incapacità, ma per riuscire ad ottenere la fiducia dei propri donors e per poter lavorare collegialmente sul miglioramento delle strategie e delle metodologie.

Un esempio interessante è l’ammissione di colpe di David Damberger, membro dell’associazione “Ingegneri senza frontiere” canadese, sul palco della TED nell’aprile 2011. “In base alla mia esperienza di cooperazione con Ingegneri Senza Frontiere, posso dirvi che il sistema degli aiuti è guasto. Non a causa delle dittature o della corruzione, ma a causa del nostro modo di portare aiuti ai Paesi in Via di Sviluppo”. Ingegneri Senza Frontiere aveva realizzato un’infrastruttura per portare l’acqua potabile in alcuni villaggi del Malawi. All’inizio sembrava l’infrastruttura funzionasse al meglio, ma quando i tecnici sono tornati sul posto per verificarne il funzionamento, si è scoperto che l’80% dei punti di erogazione non funzionavano perché si erano rotte alcune tubature. “Questo è normale, le tubature si rompono ovunque, ma ci siamo resi conto di non aver mai programmato la manutenzione e di non aver formato nessuno per questo compito.”

TEDxYYC – David Damberger – Learning from Failure

Secondo l’ingegnere canadese il problema risiede nel fatto che “le ONG si concentrano troppo sull’hardware e non sul software” – identificando come hardware prodotti tangibili come acquedotti, scuole, macchinari agricoli e come software le abilità tecniche, le competenze, la formazione della popolazione -. “Questo approccio attira di più i donatori, che accettano di finanziare i progetti quando vengono proposti loro obiettivi concreti come la realizzazione di infrastrutture specifiche e non la generica diffusione di saperi o competenze in una comunità”.

Tale criticità ha radici nella distanza che esiste tra donors e beneficiari e nella scarsa analisi delle esigenze della popolazione beneficiaria.

Nel sistema della cooperazione allo sviluppo, infatti, accade spesso che i beneficiari, ovvero i destinatari dei progetti, non siano ascoltati con attenzione e, quindi, si procede con progetti che non rispondono alle reali esigenze del contesto, ma piuttosto all’idea che le ONG o i donors si sono fatti della situazione. Da ciò nasce anche la mancanza di ownership, ovvero di sentire proprio il progetto da parte delle comunità locali, e di carenza partecipativa degli attori locali.

Oggi Ingegneri Senza Frontiere pubblica un rapporto annuale sui propri fallimenti e ha realizzato anche un sito internet – AdmittingFailure.org -. Forse è una strada che tutte le ONG dovrebbero percorrere.

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