La Namibia alla Biennale di Venezia. O forse no?

Un padiglione interamente dedicato, ma con un solo artista e una discussa selezione. Polemiche nel paese africano contro gli italiani.

Quando mi fu comunicata la notizia del progetto di portare la Namibia a Venezia per la Biennale 2022 pensai “fantastico! è una grande opportunità per il paese”, un ingresso in grande stile nel mondo dell’arte internazionale. Significa portare alla ribalta una nazione conosciuta da pochi e prevalentemente per le sue indubbie meraviglie naturali. Arrivare alla Biennale è una svolta per un giovane paese africano, che solo dal 1990 sta cercando di scrollarsi di dosso il colonialismo prima tedesco e poi sudafricano, creando una base di pensiero autonomo e quindi una classe di artisti tout court.

Ho appreso, in seguito, che la scelta è ricaduta su un solo artista. L’anonimo creatore delle opere “Lone Men” presenti in alcune remote aree del Kaokoveld, nord-ovest della Namibia.
Premettendo che non ho alcuna competenza artistica per qualche tipo di giudizio sul merito, ho delle perplessità almeno sulla forma. La scelta di un solo artista a rappresentare un intero paese la cui base artistica è ancora in piena fase evolutiva mi è parsa un azzardo, soprattutto non trattandosi di un esponente di chiara fama. Inoltre, ma qui alzo le mani sulle mie capacità di giudizio, le opere in questione sono molto suggestive nel contesto in cui sono inserite, ovvero ampi paesaggi rocciosi disabitati. Oserei dire che si tratta di installazioni a metà tra la scultura e il campo dell’arte paesaggistica. Quindi trasferite in alcune sale nella laguna veneziana, con luci artificiali e pareti, potrebbe far perdere il fascino e il significato stesso di queste installazioni che nella realtà namibiana vanno cercate con un binocolo, distinguendole dal resto.

Altre perplessità mi sono sorte sulle modalità di individuazione del beneficiario – l’artista anonimo, che poi per molti qui nel paese è invece ben individuabile e conosciuto, una sorta di segreto di Pulcinella – la cui nomina pare essere stata calata dall’alto, senza una sorta di commissione di esperti o nemmeno una selezione pubblica.

Queste perplessità evidentemente non erano solo mie. Il gruppo “Concerned Artists Namibia” ha lanciato una petizione su Change.org dal titolo “Concerns regarding the representation of contemporary Namibian visual arts at the Namibian Pavilion at the upcoming 59th Venice Biennale 2022”. Si tratta di una raccolta di firme per bloccare l’autorizzazione del governo namibiano a partecipare ufficialmente alla Biennale.

Le motivazioni del gruppo Concerned Artists Namibia si concentrano su “un gruppo di individui dall’Italia senza alcuna esperienza curatoriale a livello rilevante fino ad oggi – per non parlare di un impegno significativo con l’arte della Namibia – che ha assunto il compito di ‘rappresentare’ la Namibia a Venezia. Quasi nessuna informazione è disponibile riguardo all’esperienza o alle credenziali di questi individui, o a qualsiasi legame con il mondo dell’arte namibiana che potrebbe giustificare la loro iniziativa come rappresentanti della Namibia a un evento di questo prestigio e scala”.

L’organizzatore e curatore ufficiale della mostra è Marco Furio Ferrario, che a loro dire, “è associato ad un lodge nella Purros Conservancy nel Kaokoland nel nord della Namibia, il luogo di molti “Lone Men” avrebbe ottenuto la firma del ministro della cultura namibiano, Ester Ester Anna Nghipondoka, favorendo quindi un solo artista in base a interessi imprenditoriali.
Va detto che l’approvazione da parte del ministero è stata concessa con l’idea di dare alla Namibia, senza dover sborsare un solo cent, una visibilità internazionale anche a beneficio del turismo nel paese.

C’è poi una domanda che cade come un macigno. Ma l’arte ha un colore?
“Tre mesi prima dell’apertura effettiva della Biennale, i membri del team di Ferrario” – si legge nella petizione – “hanno contattato alcune persone chiave a Windhoek nel tentativo di trovare possibili artisti aggiuntivi per il Padiglione della Namibia. Questo nel tentativo di ingaggiare un artista ‘secondario’ di colore, poiché era stato fatto notare che sarebbe stato inadeguato far rappresentare la Namibia da un singolo artista bianco e maschio”. Questo tipo di comportamento “dà l’impressione che il curatore e il suo team non siano consapevoli delle sensibilità coinvolte con i temi de-coloniali e trasversali, specialmente in un’epoca post-apartheid particolarmente carica dove gli sforzi per emendare le ingiustizie del passato sono fondamentali quando ci si impegna in un progetto di questa natura”.

Insomma alla fine della fiera chi ci va di mezzo siamo noi italiani tutti che veniamo rappresentati qui in Namibia come dei colonialisti old fashion senza competenze e cultura e la prestigiosa Biennale di Venezia la cui credibilità viene messa in discussione da sospetti che aleggiano su alcuni soggetti coinvolti.
Pare infatti che non sia la prima volta che la Biennale venga coinvolta in casi discutibili. Per esempio, la controversia sul Padiglione del Kenya nel 2015 che ha portato al disconoscimento dello stesso da parte del suo ministro della cultura e alla cancellazione dell’inaugurazione del padiglione, contenente opere di artisti cinesi ed italiani.

Sarebbe bello avere un padiglione tutto namibiano, ma forse sarebbe ancora più bello se fosse pieno di opere amate dai namibiani.

Per leggere la petizione: https://www.change.org/p/national-arts-council-namibia-not-our-namibian-pavillion

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