Armi all’Africa: un commercio di morte

Bombe grappolo
Ho appena letto una notizia: “UE PER COMMERCIO ARMI PIU’ TRASPARENTE”. Guardo il foglio con stupore e leggo fino in fondo per capire come le parole “armi” e “trasparenza” possano convivere nella stessa frase in un articolo che tratta l’argomento dal punto di vista del “commercio”, come se si trattasse di scarpe o parmigiano.
La notizia baldanzosamente annuncia:

Poiché gli Stati membri dell’ Ue coprono circa il 30% di tutte le esportazioni di armi e sono anche tra i principali produttori mondiali di materiale bellico, l’Unione dovrebbe impegnarsi di più per garantire che il commercio sia adeguatamente regolamentato e più trasparente.

e riprende una risoluzione approvata il 13 giugno a Strasburgo, nella quale si sottolinea che

Un commercio d’armi insufficientemente regolamentato provoca inutili sofferenze e alimenta i conflitti armati.

Inutile sottolineare che una quota notevole di questi strumenti che provocano “inutili sofferenze” finisce proprio in Africa.

Secondo un rapporto del Congressional Research Service ripreso dal quotidiano “New York Times”, l’Italia, con un introito pari a 3,7 miliardi di dollari, è al secondo posto per la vendita di armi dopo gli U.S.A.Amnesty International ha identificato 10 stati (tra cui Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Russia e Spagna) i cui governi hanno autorizzato la fornitura di armamenti, munizioni e relativo equipaggiamento al regime libico del colonnello Gheddafi a partire dal 2005. Durante il conflitto della Libia, le forze di Gheddafi hanno commesso crimini di guerra e violazioni dei diritti umani che possono costituire crimini contro l’umanità. Munizioni a grappolo e proiettili da mortaio MAT-120 di provenienza spagnola, autorizzati per la vendita nel 2007, sono stati rinvenuti da Amnesty International a Misurata, quando la città é stata bombardata dalle forze di Gheddafi nel corso dell’anno. Si tratta di forniture proibite dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo, che la Spagna ha firmato meno di un anno dopo aver inviato tali materiali in Libia. Buona parte dell’artiglieria pesante rinvenuta in Libia dai ricercatori di Amnesty International pare essere stata prodotta durante l’era sovietica, dalla Russia o da altri paesi dell’Urss, soprattutto per quanto riguarda i razzi Grad, armi di per sé indiscriminate che sono state usate ampiamente da entrambe le parti in conflitto. Alcune delle munizioni recuperate erano anche di fabbricazione cinese, bulgara e italiana come, rispettivamente, le mine anticarro Tipo 72, componenti per razzi e i proiettili d’artiglieria da 155 millimetri.

Almeno 20 stati hanno venduto o fornito all’Egitto armi leggere, munizioni, gas lacrimogeni, prodotti antisommossa e altro equipaggiamento: in testa gli Stati Uniti d’America, con forniture per un miliardo e 300 milioni di dollari all’anno, seguiti da Austria, Belgio, Bulgaria, Italia e Svizzera.

Una nota per diffondere i pericoli delle bombe a grappolo:

Ci sono bambini uccisi dalla guerra. Ci sono bambini che scampano alla guerra. E ci sono bambini che la guerra si prende anche quando è già finita. Le bombe a grappolo inesplose sono un pericolo costante, perché se ne trovano ovunque. Rimangono dove sono anche per trent’anni prima che un bambino, curioso, ne prenda in mano una e così facendo la faccia saltare. (cit.: UNICEF)

Le bombe a grappolo sono piccole bombe contenute in un grosso contenitore che ne può accoglierne fino a duemila. Lanciate da un aereo sul territorio nemico, allo scoppio del contenitore le bombe si disperdono su una vasta area. Queste piccole bombe, dette submunizioni (in inglese «bomblets»), hanno effetti devastanti. Sono precisamente questi ordigni, così piccoli da sembrare un pappagallino o una farfalla, che sono disseminati a centinaia di migliaia vicino alle scuole, agli stagni, ai fiumi, nei campi.

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