Giovani contro Vecchi? Alcune lezioni dall’Africa e dal mondo.

di Alessandra Laricchia – pubblicato su Il Cerchio n°2-3/2012

Vecchie generazioni contro giovani è questo il terremoto che sta sconvolgendo le nostre vite. Se ne discute tanto in Italia con il “patto generazionale”, ma investe in realtà fette più ampie del mondo.
In Nord Africa si sta verificando una rivoluzione di cui abbiamo appena visto la punta dell’iceberg probabilmente. Non tanto per i cambiamenti, più o meno fasulli, a livello politico, quanto per l’enorme massa di giovani disoccupati che trova in quest’area la più grande concentrazione al mondo. E aumenta.
La quota di giovani nordafricani dai 15 ai 29 anni, cresciuta nel corso degli anni, è oggi la più alta al mondo e della storia ed è superiore al numero di 30 – 64 enni. Come può questo cambiamento epocale non procurare forti impatti e quindi scatenare sommovimenti? Si aggiunga, inoltre, che circa il 30 per cento di questi giovani (fascia 15-24 anni) è disoccupato, con picchi ben più elevati in Egitto e Tunisia.
Sul tema della gerarchia generazionale la natura offre degli spunti davvero interessanti. Nel 1979 in Sudafrica furono trasferiti per motivi di ripopolamento nel parco di Pilanesberg, 51 giovani elefanti provenienti dal parco Kruger. Questi giovani pachidermi, traslocati senza il loro gruppo familiare, presentavano comportamenti stranamente aggressivi, tanto da divenire un serio pericolo per i turisti e gli altri animali del parco. In seguito si è arrivati a comprendere che tale aggressività era motivata dal fatto che i giovani maschi, privati di figure adulte autorevoli, perdevano le regole comportamentali che poi li aiutavano a vivere.
Questo non vuol assolutamente suggerire che i giovani debbano sempre sottostare a regole scritte dagli adulti, ma mette in evidenza come in qualsiasi ambito uno squilibrio dei rapporti giovani/adulti porti ad un cambiamento forte.
Un caso molto particolare di giovani, davvero giovanissimi, è il movimento dei Nats, associazioni autogestite dai bambini e dagli adolescenti e presenti nei Paesi del Sud del mondo, anche in Africa. I membri di questi movimenti – che sono dei minorenni – si battono per la difesa del diritto al lavoro, chiedendo garanzia di rappresentatività e di protagonismo al fine di battersi come forza sociale e politica per poter lavorare in condizioni degne e poter esercitare liberamente tale diritto, che considerano un elemento essenziale della formazione e della creazione della propria autostima e della costruzione di una identità sociale e individuale.
A leggerlo così tutto di un fiato il concetto stordisce. Ma come, il mondo si batte per il divieto del lavoro minorile e dei ragazzini di 6-15 anni chiedono al contrario di lavorare e di costituirsi come parte sociale? Si dovrebbe partire dalla loro visione che non attribuisce un’accezione negativa al lavoro dei minori e che, anzi lo considera un importante contributo al mantenimento della propria famiglia e una forma di partecipazione alla vita sociale ed economica.
Questi sono bambini e adolescenti che lottano più che contro gli adulti, contro un modo di ragionare calato dall’alto da parte di adulti avulsi dal loro contesto.
Forse, tra patti tra generazioni o rivoluzioni che scalzano i senatori qualcosa sta veramente cambiando il profondo delle nostre società. Quel che certamente colpisce è la crescente consapevolezza di identità di gruppo. Attraverso le difficoltà i giovani iniziano ad un unirsi e, forse, a comprendere meglio le loro potenzialità di gruppo coeso ed il loro potere.

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