Il click che distrugge i popoli

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Quando ci troviamo in un luogo remoto e facciamo fare quel click alla nostra macchina fotografica, non ce ne accorgiamo, ma con quel piccolo gesto stiamo gettando un sasso in uno stagno.
Più di una volta mi è capitato di trovarmi a contatto con popolazioni indigene africane, abituate cioè a vivere secondo usi e costumi differenti da quelli occidentali, e avere tra le mani la macchina fotografica o la videocamera. Purtroppo, nella maggior parte dei casi arriva puntuale la richiesta di denaro da parte dei soggetti che intendi immortalare o da parte del capo villaggio. È in quel momento che mi chiedo cosa sia giusto fare.
Da una parte la richiesta di denaro può essere considerata legittima, in quanto la persona mi sta cedendo la propria immagine e quella popolazione ha creato un’economia in funzione del flusso di turisti e della domanda da essi generata. Analizzata da questo punto di vista, la richiesta mi sembra oltre che legittima, anche giusta e compensatoria.
La questione così risolta sarebbe, tuttavia, troppo facile.
Il punto, infatti, è che dare denaro in cambio di fotogrammi genera anche una terribile spirale che conduce il popolo alla perdita della propria identità.
I soldi che consegno, se da una parte contribuiscono a migliorare le ricchezze di quel singolo, nella maggior parte dei casi non aumentano il benessere della comunità.
L’uomo, come si è ormai constatato in numerose popolazioni, utilizza il denaro per l’acquisto di alcol e i bambini imparano a vivere di espedienti. Si perdono le tradizioni e gli insegnamenti legati alla caccia e alla pastorizia, perchè è molto più comodo attendere il turista di turno per spillargli un po’ di denaro. Così sempre meno si alimenta il ciclo economico tipico del villaggio, finchè in poco tempo si dimentica tutto e inizia la dipendenza assoluta dal forestiero. Inoltre, gli anziani, che normalmente sono i saggi e che indirizzano il popolo, vedono il loro potere assottigliarsi, poiché i giovani dispongono di denaro contante e non rispondono più alle decisioni e alle regole che hanno sempre governato il nucleo.
Così il tempo passa e quel villaggio rimane abitato solo dai vecchi, mentre gli altri non dormono più nella capanna tradizionale, ma vi rientrano ogni mattina per attendere i turisti.
Con ciò, non intendo dire che sia assolutamente vietato scattare una foto, ma almeno essere consapevoli di cosa produca quel piccolo gesto e, conseguentemente, comportarsi nel modo più rispettoso e meno impattante.
Ho visto con disgusto scene di litigi tra Occidentali per accaparrarsi la foto di una Mursi col piattello labiale, piuttosto che di una donna che allatta al seno. Ho assistito ad una cerimonia del Salto del Toro, interrotta e disturbata da stupidi bianchi in cerca della migliore scena da filmare. Ho visto bambini Samburu spaventati a morte dall’aggressione di obiettivi smisurati e un uomo Himba malato nascondersi dalla vista di una telecamera.
Quando vedo ciò, prendo i miei arnesi, li ripongo e libera vado da quella gente per cercare un dialogo. Spesso i lunghi silenzi e il non fare nulla tutti assieme all’ombra dell’albero mi conforta. Poi con calma li guardo vivere.
A. L.
Comments
3 Responses to “Il click che distrugge i popoli”
  1. Mauro Poggi scrive:

    Sono un appassionato viaggiatore (un trekker, non un turista!) con un profondo amore – ahimé non corrisposto nei risultati – per la fotografia.
    Capisco benissimo le perplessità che esprimi in questo post. Queste “distorsioni” da contaminazione da turismo non riguardano solo l’Africa. A Pashupatinath (Kathmandu) ho visto spesso degli pseudo-sadhu che si proponevano come esotici soggetti a turisti assatanati di scoop antropologici: una tristezza indicibile. I venditori d’acqua nella piazza dei miracoli di Marrakesh non sono da meno… A ben vedere anche i “centurioni” davanti al Colosseo sono il risultato dell’invasività turistica. Le devastazioni intellettuali che il turismo di massa provoca, specie nelle culture più indifese, dovrebbero destare le stesse preoccupazioni che riserviamo all’ecologia.

    Per quanto mi riguarda ho maturato il convincimento che a volte è molto più appagante rinunciare a una foto piuttosto che rubarla o comprarla. Chiedo il permesso ogni volta che posso, e se non posso chiedere, punto l’obiettivo ostentatamente, così da permettere l’eventuale segno di diniego e desistere.
    Per ringraziare della disponibilità mostro il risultato dello scatto sul display, e il sorriso che ci scambiamo diventa improvvisamente il punto di contatto, l’omaggio reciproco. Se il soggetto è un venditore ambulante, magari gli compro qualcosa, ma solo dopo: non intendo stabilire nessuna relazione fra l’una e l’altra azione.
    Meglio perdere una foto che ferire la sensibilità delle persone che ti stanno ospitando.

    • Café Africa scrive:

      Mauro, che dire…a volte ci si sente scoraggiati davanti all’arroganza dei tanti. Spero che l’esempio di pochi dotati di sensibilità per le situazioni abbia un certo impatto, prima o poi…

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