Mozambico: è giusto mettere in mostra la discarica di Maputo?

“…nella pozza di fango come nel divino cielo ugualmente passa la luna…”, titolo poetico, forse un po’ difficile da ricordare se si vuole invitare un amico, è il nome della mostra fotografica inaugurata nei giorni scorsi a Trento.
Il progetto, il cui ideatore è l’architetto Roberto Galante con l’appoggio dell’Associazione Basilicata-Mozambico, racconta del “popolo della discarica” di Maputo, capitale del Mozambico in Africa. Una storia di donne, uomini, bambini ed anziani che vivono tra i rifiuti e si cibano degli scarti del mondo.
Durante l’inaugurazione è stato proiettato un video girato dagli stessi ragazzi della della discarica. Il filmato è stato molto forte, perché indugiava molto sul pasto di un uomo che masticava con gusto cibo che per noi spettatori non potrebbe essere definito tale. Confesso che a momenti ho pensato di alzarmi per prendere un po’ d’aria fresca…
nellapozzadifango
Dopo tanta sofferenza mostrata dai protagonisti e provata dagli spettatori, si sono accese le luci in sala e sono rimasta interdetta. Credo sinceramente di non aver capito il senso ultimo dell’opera. Non nego che ci sia dietro la reale e onesta volontà di fare qualcosa di positivo da parte degli organizzatori, eppure mi sfugge il modo in cui proiettando la miseria di questa gente si possa essere d’aiuto. È vero che la mostra può rappresentare una forma di denuncia delle estreme e disumane condizioni di vita di nostri fratelli, facendoli uscire dal mondo dell’invisibilità e sarei stata d’accordo se si fosse trattato di un documentario, di un servizio giornalistico o di una campagna di sensibilizzazione. Ma non mi è sembrato che il filmato avesse quest’intento. E soprattutto non mi pare siano previste delle azioni collegate volte a migliorare la condizione di questa gente.
Devo ammettere che personalmente non amo questo modo di rappresentare l’Africa. Non perchè mi piaccia nascondere sotto il tappeto le disgrazie drammatiche e feroci, ma perchè ritengo che non sia giusto nei confronti di questo continente dare sempre e solo una rappresentazione così negativa e misera.
Naturalmente è solo un mio giudizio, ma credo che gli Africani siano un po’ stanchi di vedersi raccontati in questo modo e vogliano che siano messe in risalto anche le loro conquiste, i successi e le capacità. Il mondo ha bisogno di conoscere il bello che c’è in Africa per iniziare ad ammirare e il popolo africano necessita di essere più consapevole e orgoglioso.
Alessandra Laricchia
Comments
4 Responses to “Mozambico: è giusto mettere in mostra la discarica di Maputo?”
  1. chiara corbetta scrive:

    vivo in mozambico da 2 anni, nella poverta’ della zona rurale in cui carichi l’acqua e muori per poco. ho visto quella mostra a maputo (casualmente, normalmente sono nel centro) e sinceramente non concordo con questo articolo. il video e le foto nascono da un progetto educativo di mesi e mesi fatto in un posto dimenticato che mirava a ricordare alla gente che vive-lotta per la sopravvivenza quotidiana le loro potenzialita’ e la loro forza e trasmettere la consolazione dell’arte e della bellezza. il progetto raccoglie fondi grazie a questa diffusione di immagini COMUNQUE POETICHE. NON E’ AMMISSIBILE CHE POSSANO VIVERE IN QUELLE CONDIZIONI EPPURE LO FANNO, E’ REALE E QUESTE TESTIMONIANZE SONO IMPORTANTI IN QUANTO REALI…NON SONO “IL BRUTTO” DELL’AFRICA, SONO UN DOCUMENTO. la bellezza e’ dappertutto ed assicuro che nella disperazione, nel fango enella miseria, c’e’ comunque. altrimenti si trasmette solo la parte della natura incontaminata e dei tessuti colorati, che e’ anche una parte dell’africa ma non si puo’ dimenticare che la maggior partedella popolazione e’ la gente CHE VIVE CON UN DOLLARO ALGIORNO, SE HA LAVORO…ALTRIMENTI SOPRAVVIVE COME PUO’…

  2. Café Africa scrive:

    Cara Chiara, hai ragione, l’Africa, ahimè, non è solo natura, canti e tramonti e non intendevo negare la realtà, compreso il fatto che le attività solidali possono essere utili, meritevoli e talvolta provvidenziali. Il mio è solo un giudizio personale sul modo di approcciare e comunicare certe realtà. Con questo blog cerco di combattere contro i pregiudizi e gli stereotipi che si sono attaccati sulla crosta di questo continente, non permettendone una visione corretta.

  3. Roberto Galante scrive:

    Alessandra Laricchia,
    un’amica mi ha invitato a leggere le sue riflessioni relative alla mostra che abbiamo in corso a Trento. Seppur con ritardo provo a rispondere alle sue osservazioni e al suo sentire. Premetto che le trovo abbastanza distanti dal mio sentire, comunque possibile momento di crescita all’interno di un confronto dialettico e di sensibilità che sono altre. Penso anche che ogni sensibilità, per quanto distante, se espressa all’interno di un’onestà culturale ed umana meriti rispetto e considerazione.
    Comprendo la sua sensazione di soffocamento, così come da lei ben descritta, anche se purtroppo al documentario breve mancano due elementi fondamentali per una completa fruizione o descrizione realisticamente cruda di una condizione d’essere. Mancano gli odori ed i sapori. Potremmo allora, dall’alto del nostro mondo asetticamente moderno, fare uno sforzo di immaginazione e di comprensione ed entrare, con il nostro essere fisico e spirituale, un po’ più addentro a problematiche che sembrano non appartenerci e comprendere chi vive in quelle situazioni. E’ la normalità per troppa parte del genere umano. Siamo noi, da questa parte del mondo, che viviamo una stato di anormalità, in quanto il nostro stato di fruizione di abnormi quantità di beni di consumo è riservato ad una minuscola fetta di umanità. Minoritaria, cioè altro rispetto alla norma. Quindi anormale.
    Non so cosa intende per documentario o per servizio giornalistico e quali paradigmi applichi a queste definizioni. O cosa sia per lei una campagna di sensibilizzazione e attraverso quali strumenti debba avvenire una campagna di sensibilizzazione. Probabilmente io ho un’accezione diversa dalla sua. Penso comunque che sia il documentario che il servizio giornalistico coprano modalità diversissime e a volte distanti e contrastanti tra loro, comunque forme di comunicazione in continua evoluzione e non solo linguistica. Di sicuro le posso garantire che non siamo andati a fare sport nel Bairro della discarica, non è il posto più ameno o confortevole per attività ludiche o ricreative. Alcuni nostri allievi hanno trovato lavoro come grafici o fotografi grazie al percorso professionale intrapreso. Forse i nostri percorsi non aderiranno al suo sentire, tutto ciò è legittimo, ma qualche risultato lo hanno comunque ottenuto. I prodotti del nostro piccolo laboratorio formativo sono stati apprezzati in diversi contesti, esposizioni o festival sia nazionali che internazionali, oltre che per il valore comunicativo implicito anche per la forma e l’estetica con cui si propongono.
    Il “non mi sembra che siano previste…” è di per se mortificante. Lascia troppo spazio al vago, alla mistificazione, se non all’insinuazione. Le parole possono essere pietre, andrebbero maneggiate con un pizzico di cautela. Forse prima di esprimere giudizi, meglio documentarsi.
    Il documentario cui lei si riferisce è solo una piccola parte del lavoro dei nostri allievi, il primo documentario realizzato dopo appena due mesi di apprendimento. Mi dispiace che non abbia visionato e analizzato altri lavori, di altro genere e tipologia o forma comunicativa. Nella prima tappa della mostra di Trento era per esempio esposto un libro di fotografia e poesia, creato da chi vive di discarica. In una nazione dove per propaganda o consuetudine i problemi sembrano non esistere, abbiamo realizzato reportages di vario tipo e genere, lavori di grafica, video art e lavori più propriamente creativi. Sono state raccolte storie di vita, spaccati di altra quotidianità, memoria storica del bairro e del sentire di un popolo. L’intenzione che i protagonisti in loco diventino gli architetti della narrazione. Creare una letteratura dal basso che si esprima attraverso le parole e le immagini.
    Ridurre un percorso molto più complesso ed articolato ad un breve documentario mi sembra un po’ riduttivo.
    Trovo un po’ contraddittorio con le sue finalità, per lo meno teoriche, quando asserisce “ma credo che gli Africani siano un po’ stanchi di vedersi raccontati in questo modo e vogliano che siano messe in risalto anche le loro conquiste, i successi e le capacità.“
    forse gli africani sono stanchi di sentirsi raccontati da altri che oltretutto devono dire loro in che modo devono essere raccontati, quali paradigmi applicare al raccontare. Paradigmi che si vorrebbero imporre come unica misura del mondo ma che troppo spesso riflettono una propria sensibilità culturale ed una propria modalità del percepire maturate in ambiti troppo distanti e talvolta incomunicanti. Personalmente, lo considero una sorta di neo colonialismo culturale. Forse gli africani si vogliono raccontare per come sentono e nel modo in cui loro si vogliono raccontare, senza che qualcuno si arroghi il diritto di dire loro cosa e come è corretto raccontare e cosa no. Questo è ciò che i nostri allievi hanno fatto con il loro documentario e gli altri lavori. Si sono raccontati. Hanno raccontato in questo caso frammenti della loro quotidianità. La loro normalità raccontata con il disincanto di chi quella modalità la vive come norma quotidiana. Se questa quotidianità infastidisce, mi dispiace. So che la realtà infastidisce e troppo spesso la fuggiamo. Gli autori delle riprese, africani essi stessi, hanno deciso, dopo un dibattito che il documentario andava diffuso. Che quelle immagini andavano diffuse: “E’ bene che al gente sappia in che condizioni vie tanta gente, troppa gente. “ lo hanno deciso loro, africani, senza troppi sofismi.
    Forse, più semplicemente, i poveri della terra sono stanchi di sentirsi raccontati dai ricchi bianchi, neri o verdi che siano ma che non hanno esperienziato sulla propria pelle cosa significhi non avere l’essenziale.
    Le loro conquiste, i successi (purtroppo rari, troppo rari e troppo spesso riservati come opportunità a classi sociali benestanti) e le capacità, per me sono insite nei loro lavori e nelle loro creazioni, di che segno o modalità essi siano. Stanno nella capacità di raccontare il proprio mondo, il proprio essere, la propria anima senza lasciarsi espropriare da sensibilità che sono altre e comunque distanti dalle loro. Il loro successo sta nel fatto che giovani della discarica, talvolta analfabeti, troppo spesso considerati al pari di bestie senza talenti o capacità, hanno avuto la capacità di creare immagini e racconti che riflettono il sentire della propria gente. Hanno avuto la capacità di emozionare attraverso le proprie creazioni.

    Rimane comunque l’Africa il continente delle grandi contraddizioni, dei fuori scala, delle problematiche portate all’estremo e difficili da risolvere. Del disinteresse delle proprie classi dirigenti ed abbienti, talvolta dell’egoismo di chi anche in loco ha e non vuol vedere un pizzico più in là. Della corruzione che drena risorse finanziarie ed umane, della mancanza di percorsi formativi e scolastici etc… insomma problemi con cui dobbiamo confrontarci quotidianamente e che penso sia controproducente far finta che non esistano.
    Un grazie comunque per avermi dato la possibilità di pormi degli interrogativi.
    Roberto Galante

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  1. […] opposto, molto critico verso le modalità del nostro progetto, il commento pubblicato sul sito cafeafrica.wordpress.com/ Comunque anche le critiche più dure ci possono fornire spunti di riflessione. Chiudo con una […]



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    Alessandra Laricchia

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