La vergogna della disabilità in Africa

il-mio-nome-é-grace_Kenya
Fino all’età di sedici anni Grace ha vissuto nascosta dal mondo, segregata nel retro di una buia capanna nel Kenya a causa della sua disabilità. La sua mamma, la signora Wanjiru, un po’ per vergogna della condizione di semiparalisi della figlia, un po’ per timore delle reazioni dei vicini e degli abitanti del villaggio, l’ha tenuta nascosta, tanto che pochi sapevano della sua esistenza.
Un giorno un giovane uomo della zona viene a fare visita alla signora Wanjiru, chiedendo se è vero che in casa sua esiste una figlia che nessuno ha mai visto. Mamma Wanjiru nega e l’uomo se ne va. Dopo alcuni giorni lo stesso ragazzo torna e pone nuovamente la stessa domanda, ma stavolta la donna non può nascondersi dietro una bugia e rivela la presenza di Grace.
È stato sicuramente il giorno in cui la vita di Grace è cambiata e dall’ombra è potuta uscire alla luce, grazie all’intervento del volontario della  Comunità St. Martin, il cui obiettivo è accrescere la capacità della comunità di prendersi cura delle problematiche legate al mondo della disabilità.
Oggi Grace sta finalmente frequentando regolarmente la scuola, riuscendo a superare tutti gli ostacoli fisici e psicologici che prima la condannavano ad un’esistenza priva di diritti e di gioia.
Una storia a lieto fine, ma in Africa la disabilità o, comunque, tutte le situazioni di differenza fisica e mentale sono considerate dei mali di cui avere solo vergogna.

A ciò si riallaccia un bell’articolo di Claudio Arrigoni sul Corriere della Sera http://invisibili.corriere.it/2012/11/30/la-dove-lepilessia-e-opera-del-demonio/

E’ l’albergo più antico e caratteristico di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Per questo meta di molti tour turistici. Gli ospiti sono in terrazza con il tablet, molti camerieri parlano inglese o francese. La scena si svolge qui. Dalla cucina esce una ragazza, portata a braccia da altre quattro. Si dimena. Passano dalla hall, la portano sul retro. Lei continua a dimenarsi. Un ragazzo cerca di tenerla ferma. Alcune inservienti e cuoche si fanno il segno della croce continuamente. Altre prendono una piccola bibbia e dei santini e glieli avvicinano al petto e sul volto. Le spruzzano acqua. Accendono fiammiferi e le fanno annusare lo zolfo che si sprigiona. “Lo sappiamo, è il diavolo, ora lo cacciamo, ci pensiamo noi”: un autista che parla inglese cerca di allontanare una cardiologa italiana di Medici con l’Africa, lì per caso e che voleva intervenire.

[…] Una pediatra di una ong italiana di un ospedale non lontano da Addis ha fatto capire a una madre che il suo bambino era nato con sindrome di Down. Non lo ha più toccato, lasciandolo morire. La sindrome di Down è universale, non fa differenza per il colore della pelle, eppure girando per l’Africa subsahariana non si incontrano persone con tale sindrome.

http://wp.me/13Mj8

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