Primavera araba e Islam: nascita di un nuovo modello?

E’ davvero difficile al momento dare una lettura di quanto sta avvenendo in Paesi come Egitto, Tunisia e, seppur in modo diverso, in Libia. Inizialmente si è pensato che si stesse andando verso una democrazia intesa in senso occidentale, poi i risultati elettorali in Tunisia e in Egitto, con la schiacciante vittoria dei partiti islamici moderati, ha indotto l’opinione pubblica a dubitare della reale portata di queste rivoluzioni. Probabilmente una lettura equilibrata l’ha offerta MASSIMO CAMPANINI, docente di Storia dei paesi islamici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento, che in un suo saggio “Le rivolte arabe: rinascita della democrazia?”, pubblicato nei Quaderni di Relazioni Internazionali n. 15 Novembre 2011 dell’ISPI.

“Se si studiassero nei dettagli i processi evolutivi del mondo arabo ci si renderebbe conto di come i regimi militari abbiano ristretto e non allargato gli spazi di partecipazione politica, abbiano impedito le manifestazioni di dissenso, abbiano contribuito a creare nuove élite rentier che si sono sostituite a quelle del periodo liberale, ma che ne hanno riprodotto le tare: disinteresse per la soluzione delle sperequazioni sociali, accentramento della ricchezza in poche mani, spreco delle risorse produttive, debolezza e contraddittorietà nella direzione della politica estera. […] Col tempo perciò le strutture statali nate dai processi politici guidati dagli eserciti si sono disgregate e sulle loro ceneri sono cresciuti due fenomeni di orientamento contrario a quello vissuto dagli stati post-coloniali: l’abbandono delle opzioni socialiste e universaliste del panarabismo in favore di un liberismo sfrenato e senza regole e di un individualismo nazionale egoista e miope; il ritorno in forze dell’islam, non solo come soluzione dei fallimenti dello stato laico, ma anche come recupero delle fonti più autentiche della cultura e della tradizione popolare. […] Il liberismo, il capitalismo selvaggio, la globalizzazione, con le sperequazioni e le storture sociali che comportano, con l’approfondimento della distanza tra nazioni ricche e povere, tra Nord e Sud del mondo, non hanno mai costituito un’autentica soluzione. La conflittualità sociale si è progressivamente acuita; la società civile ha rivendicato nuovi spazi di partecipazione e rappresentanza; i governi si sono arroccati nella difesa dello status quo, strappando il consenso e la pace interna per mezzo delle polizie segrete e degli apparati repressivi.

[…] A partire dagli anni Settanta, in tutto il Medio Oriente si è innescato un processo di reislamizzazione che ha assunto volti diversificati e anche opposti: dal moderatismo conservatore dei Fratelli musulmani (non solo in Egitto ma in tutti i paesi in cui l’organizzazione si è ramificata), al riformismo militante di intellettuali e filosofi che hanno spronato a un rinnovamento dell’esegesi delle fonti sacre, alla svolta movimentista e terrorista che ha visto in al-Qa‘ida il suo fenomeno più eclatante. […] I partiti religiosi, nonostante qualche incertezza iniziale, hanno poi cercato di inserirsi nei moti e di svolgervi un ruolo essenziale. Ciò vale per al-Nahda in Tunisia, così come per i Fratelli musulmani in Egitto. Si tratta di fatto, per i partiti religiosi, di un’opportunità unica per occupare un ruolo rilevante e decisivo sul proscenio della politica, dopo decenni di repressione e di emarginazione. Si tratta di un’opportunità unica per dimostrare di sapere governare.”

Questo passaggio finale mi sembra importante per mettere in luce l’ipotesi di una nascita di un nuovo modello, che non è quello democratico occidentale, ma nemmeno quello teocratico integralista. L’autore intravede infatti una trasformazione profonda della società che, basandosi sui principi più alti dell’Islam, costruirà un nuovo sistema condiviso e accettato dalla popolazione, perché considerato rispettoso dei diritti e moderno. “Il problema decisivo non pare essere quello dello stato islamico, cioè quello di un sistema politico che riproduca un non ben identificato sistema statale islamico, quanto piuttosto quello di un’ulteriore islamizzazione dal basso della società, in un processo di trasformazione delle mentalità che solo in un secondo tempo darà luogo a una trasformazione istituzionale. […] In questo modo, il post-islamismo dovrà almeno confrontarsi con un ritorno dell’islam politico, di un islam non necessariamente vincolato a un modello istituzionale, ma inteso a riproporre quell’identità di religione e sistema sociale (Islam din wa dunya) che costituisce un aspetto qualificante della visione del mondo musulmana.”

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