Crisi e Donatori Emergenti: una nuova era per l’Africa?

In un momento storico così spiazzante, in cui i poteri mondiali si stanno ridistribuendo e ricalibrando, anche i criteri di assegnazione degli aiuti si vanno modificando. Tanto da determinare una trasformazione profonda del concetto stesso di aiuto allo sviluppo.
Storia degli aiuti
Nel dopoguerra, le ex colonie, esportatrici di materie prime, rilevarono che la vasta importazione di prodotti lavorati generava uno squilibrio nella loro bilancia dei pagamenti e che, pertanto, le entrate risultavano insufficienti per la crescita di quei Paesi. Spinti da questa situazione, molti economisti negli anni ’70 sostennero che sarebbe stata necessaria una iniezione di aiuti – “big push” – al fine di stimolare gli investimenti e incoraggiare la crescita.
Questa teoria mostrò presto le sue lacune, chiarendo così che l’industrializzazione da sola e il “big push” non erano le soluzioni adatte per ridurre la povertà di quelle aree. Come conseguenza, ci si focalizzò sui bisogni primari delle popolazioni, come cibo, abitazione ed istruzione. I più critici sostengono che questa nuova strada era più congeniale agli interessi dei Paesi donatori, in quanto diminuendo l’impegno sulle infrastrutture fisiche ed agricole, si garantiva una riduzione della concorrenza con la produzione occidentale, in particolare quella agricola degli Stati Uniti.
Negli anni ’80, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale lanciarono i programmi strutturali per i Paesi in Via di Sviluppo, rendendo la concessione  degli aiuti subordinata all’adozione di riforme economiche, quali la liberalizzazione del commercio, la privatizzazione e la deregolamentazione. Con il fallimento anche di questi programmi, l’attenzione si è spostata ancora maggiormente verso l’aiuto umanitario ed il settore sociale.
Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e l’Africa
La nuova agenda degli aiuti, sviluppata negli anni ’90, ha spostato le condizioni per l’ottenimento di sostegno dalle riforme economiche a quelle relative alla good governance, che si concentrano sulle riforme politiche, quali la democratizzazione, il decentramento e la liberalizzazione.
Questo nuovo approccio, inoltre, considera fondamentale l’armonizzazione tra le dimensioni umane ed economiche dello sviluppo, che può raggiungersi attraverso l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo del MillennioMDGs ). Un insieme di otto obiettivi che vanno dal dimezzamento della povertà estrema ad arrestare la diffusione dell’HIV / AIDS al garantire l’istruzione primaria universale entro il 2015.
Molti sono favorevoli all’approccio interdisciplinare degli MDG, ma non tutti sono d’accordo sul modo in cui sono stati progettati e su ciò che si prefiggono di raggiungere. L’economista William Easterly, per esempio, sostiene che gli MDG sono stati fissati arbitrariamente, senza tener conto delle recenti conquiste africane in termini di crescita, uguaglianza di genere, istruzione primaria, acqua e mortalità infantile.
Paesi emergenti e nuove tendenze
Ma le cose stanno iniziando a cambiare nuovamente. Paesi come l’Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Cina, India, Corea, Venezuela, Brasile e Sud Africa, tra gli altri, stanno destinando crescenti somme per finanziare lo sviluppo dei Paesi più poveri. Questi “Donatori Emergenti” – così denominati perché non fanno parte del Committee aiuto allo sviluppo (DAC) dell’OCSE – stanno introducendo nuove regole per gli aiuti, senza obblighi condizionali e maggiormente mirati allo sviluppo delle infrastrutture, innovazione, esportazioni e sanità.
Non mancano anche critiche verso questo approccio, considerato spregiudicato. Nell’occhio del ciclone è soprattutto la Cina, accusata di sostenere i cosiddetti “stati canaglia” e di non essere sufficientemente impegnata a considerare le questioni politiche e gli standard in materia di diritti umani e ambientali. Di parere discordante sono coloro che, invece, sostengono che gli aiuti dei donatori non-DAC meglio soddisfano le esigenze dei Paesi in Via di Sviluppo.
Una tendenza che si evidenzia in particolar modo in Africa, è la strategia differenziata in merito agli aiuti. Gli Stati beneficiari tendono, infatti ad utilizzare le sovvenzioni in base alle capacità specifiche dei donatori, cercando di trarne il miglior vantaggio. Per la Cina, ad esempio, ci si rivolge in caso di infrastrutture, per il Brasile si punta sull’agricoltura e per l’India sulla tecnologia e le telecomunicazioni.
Secondo alcune stime, Cina, Brasile e Arabia Saudita offrono attualmente maggiore assistenza allo sviluppo della metà dei donatori del DAC. Per la prima volta nella storia, nel 1997 il livello e il valore degli stanziamenti per gli aiuto allo sviluppo dei Paesi DAC è diminuito, sia a causa della recessione economica globale e altri fattori economici, sia per colpa di una disillusione generalizzata sull’efficacia di tali aiuti. Un’ulteriore motivazione sarebbe, secondo Oxfam, di natura meramente politica, a causa di modificati interessi geopolitici.
Aldilà delle valutazioni sul tipo di approccio e sulle motivazioni dei Paesi donatori, il dato oggettivo ci mostra una realtà in cui l’influenza dei Donatori Emergenti è in aumento e questa situazione potrà forse aprire degli spiragli di cambiamento che si spera porti maggiori vantaggi ai Paesi del continente africano.

Per approfondimenti: Emerging Donors: Ushering in a New Aid Era?

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