Se la barca cola a picco chiama Mussie Zerai

Catholic priest Mussie Zerai in Switzerland

Un ragazzo nero che si acquatta su un marciapiede per riposarsi o prova a vendere qualcosa ai semafori lungo la strada non passeranno più inosservati. Dopo questa lettura sarà impossibile voltare lo sguardo senza chiedersi “ma che trafila di disperazione ha dovuto seguire per arrivare qui da me in Italia e vivere comunque emarginato? Da che peggiore disperazione deve fuggire?”
Dopo aver chiuso il libro “Padre Mosé”, scritto da Mussie Zerai assieme a Giuseppe Carrisi (Giunti editore), lo sguardo cambia. Non sarà mai più vagamente inconsapevole di un mondo che vive sotterraneo e ai margini delle nostre città, non ignorerà la sofferenza su alcuni volti, non saprà più fingere di non sapere cosa causa una fuga dalla propria terra e dai propri cari.
“Abba” – come chiamano i preti nel Corno d’Africa – Mussie Zerai racconta la sua storia di migrante clandestino mescolandola con quella di migliaia di anime che varcano i confini del Mediterraneo in misura sempre crescente.
Nato in Eritrea, ad Asmara, espatriò in Italia nel 1992, appena diciassettenne, come rifugiato politico, ai tempi in cui nel suo Paese c’era il regime del sanguinario Aferwerki. Mussie lasciò la sua famiglia e si trovò in un’Italia che non lo accolse, costretto a lavorare nemmeno maggiorenne al mercato, poi ai semafori come venditore di giornali, infine come receptionist in una clinica e come guardarobiere in un teatro parrocchiale.
La sua storia, nonostante tutto, era pur sempre migliore di quella degli altri migranti. Lui era arrivato con un regolare biglietto aereo e trovò sempre aiuto nella Chiesa. E proprio nella Chiesa trovò la sua principale ispirazione.
«L’emigrazione, o Signori, è legge di natura. Il mondo fisico come il mondo umano soggiacciono a questa forza arcana che agita e mescola, senza distruggere, gli elementi della vita, che trasporta gli organismi nati in un determinato punto e li dissemina per lo spazio, trasformandoli e perfezionandoli in modo da rinnovare in ogni istante il miracolo della creazione. Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente, portate dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali, e, più di tutti, emigra l’uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata, ma sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso a catastrofi, verso la meta ultima, che è il perfezionamento dell’uomo sulla terra e la gloria di Dio ne’ cieli». Parole di monsignor Giovanni Battista Scalabrini, beato e patrono di tutti i migranti, che colpirono Mussie a tal punto da decidere di prendere i voti e dedicare la sua vita ad aiutare altri immigrati, meno fortunati di lui.
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La strage del Natale 1996, nel canale di Sicilia, il primo naufragio di massa nel Mediterraneo con circa 470 passeggeri, di cui oltre la metà morti, segna profondamente Mussie che decide di dar voce a chi è finito in fondo al mare. E così il suo numero di cellulare finisce di mano in mano e diventa l’ultimo salvagente a cui aggrapparsi quando i barconi colano a picco. Il suo numero viene segnato a penna sul palmo di una mano prima di partire per lo spaventoso viaggio e viene digitato per segnalare le coordinate in mare quando si capisce che manca poco all’affondamento. Quelle cifre sono anche incise sulle pareti della carceri libiche per tentare di segnalare la propria presenza prima dell’ennesima tortura da parte degli aguzzini. Il prezioso numero è nella memoria di chi è stato vittima dei predoni del Sinai con la loro tratta di uomini e tra i profughi che popolano i campi del Sudan.
Mussie Zerai risponde sempre e ogni volta cerca di aiutare. Denuncia la chiusura delle frontiere e l’indifferenza dell’Europa come un crimine contro l’umanità e viene candidato al Nobel per la Pace nel 2015 e inserito dal Time tra le 100 personalità più influenti del 2016 nella categoria “Pionieri”.
Uno dei capitoli si intitola “Quanto sei bella Asmara”, in ricordo della sua patria che non potrà forse più rivedere, perché gli è stato proibito, e della sua famiglia, che è persa nel tempo. Non è una mai una scelta serena migrare e lui lo sa.

 

 

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